Nell'economia dell'attenzione che domina i social media, alcuni contenuti attirano milioni di visualizzazioni perché raffigurano povertà o condizioni di vita precarie. Tuttavia, queste immagini provocano anche un crescente disagio. Diversi ricercatori e osservatori parlano ora di "turismo della povertà" o "poverty porn" per descrivere contenuti che trasformano situazioni di miseria in spettacolo per un pubblico online.
Il "turismo della povertà", un fenomeno studiato dai ricercatori
Il concetto non è nuovo. Nella letteratura accademica, il "turismo delle baraccopoli" si riferisce a visite organizzate in quartieri poveri o emarginati, spesso presentate come esperienze turistiche alternative. I ricercatori spiegano che questo fenomeno è cresciuto significativamente negli ultimi decenni e ora rappresenta un campo di ricerca distinto nell'ambito del turismo e degli studi urbani. Lo studio del "turismo delle baraccopoli" si è sviluppato notevolmente negli ultimi vent'anni, con ricerche incentrate sui suoi impatti economici, sociali ed etici.
Storicamente, questa pratica risale al XIX secolo, quando i visitatori delle classi più abbienti si recavano nei quartieri più poveri di città come Londra o New York per osservare le condizioni di vita dei residenti. Oggi, queste visite hanno luogo in diverse regioni del mondo, in particolare in Sudafrica, India, Kenya e Brasile.
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Quando i social media trasformano la povertà in contenuto virale
Con l'avvento di YouTube, TikTok e Instagram, queste pratiche hanno assunto una nuova dimensione. Le visite ai quartieri svantaggiati vengono ora filmate e ampiamente diffuse. I video mostrano, ad esempio, creatori che esplorano baraccopoli, vivono una "giornata di sopravvivenza" in aree povere o distribuiscono denaro ai residenti davanti alle telecamere. Questo tipo di contenuti è talvolta accusato di sfruttare la povertà per generare engagement e introiti pubblicitari.
Alcuni ricercatori definiscono questo fenomeno "poverty porn", un termine usato per descrivere le rappresentazioni mediatiche della povertà che mirano a suscitare una forte risposta emotiva o ad attirare l'attenzione. Secondo diverse analisi, queste immagini possono ridurre complesse realtà sociali a cliché o narrazioni semplicistiche. Anche i social media svolgono un ruolo nella diffusione capillare di queste immagini, che possono essere condivise e commentate da milioni di utenti.
Le favelas del Brasile, un esempio spesso citato
Il Brasile è uno degli esempi più studiati nella ricerca sul turismo della povertà. A Rio de Janeiro, alcune favelas – quartieri poveri caratterizzati da forti disuguaglianze sociali – sono diventate mete turistiche. Da diversi decenni vengono organizzate visite guidate, in particolare in quartieri come Rocinha, una delle favelas più grandi del Paese.
Uno studio condotto dalla sociologa Bianca Freire-Medeiros dimostra che questi tour possono attrarre diverse migliaia di turisti al mese in determinati quartieri. Tuttavia, questi tour sono molto controversi. I ricercatori sottolineano che la povertà può essere sfruttata come attrazione turistica, sollevando interrogativi sulla rappresentanza dei residenti e sugli effettivi benefici per le comunità locali.
Alcune ricerche indicano inoltre che i circuiti turistici sono talvolta organizzati da attori esterni alla comunità, con itinerari predefiniti che non sempre riflettono la realtà quotidiana dei residenti. In questi casi, i visitatori possono attraversare i quartieri in auto o fermarsi in punti specifici, il che contribuisce a trasformare questi spazi in punti di osservazione.
Tra consapevolezza e voyeurismo
I ricercatori sottolineano, tuttavia, che la questione è complessa. Alcune iniziative turistiche basate sulla comunità tentano di creare modelli più equilibrati, in cui i residenti locali partecipano direttamente all'organizzazione dei tour e beneficiano di una quota dei ricavi. Ciononostante, il confine tra sensibilizzazione e sfruttamento rimane centrale nel dibattito.
Un'analisi incentrata sull'etica del turismo nei quartieri poveri evidenzia che "queste pratiche possono rafforzare le dinamiche di potere tra visitatori e residenti, in particolare quando la povertà diventa oggetto di osservazione o curiosità". I ricercatori sottolineano inoltre che "le immagini diffuse online possono influenzare la percezione di questi quartieri e dei loro abitanti, rafforzando talvolta gli stereotipi".
Il dibattito sul "turismo della povertà" illustra le tensioni che circondano la rappresentazione della disuguaglianza nello spazio digitale. Mentre alcuni contenuti pretendono di sensibilizzare su realtà sociali spesso invisibili, altri contenuti sono accusati di trasformare la precarietà in uno spettacolo progettato per generare visualizzazioni. Nell'era dei social media, queste questioni etiche diventano ancora più importanti perché le immagini diffuse dai creatori di contenuti possono raggiungere un pubblico globale e avere un'influenza duratura sulla percezione di intere comunità.
