Le proteste che scuotono l'Iran dalla fine del 2025 non si limitano più al potere d'acquisto: esprimono una sfida più ampia al regime, che unisce crisi economica, rivendicazioni di libertà politiche e un crescente rifiuto della Repubblica Islamica. Iniziata come mobilitazione contro l'alto costo della vita, la rabbia si è rapidamente trasformata in un movimento che rivendica diritti fondamentali e un cambiamento sistemico, e dove ora risuonano slogan apertamente ostili al governo.
Dall'alto costo della vita alle proteste politiche
Inizialmente, molti raduni si sono verificati nei bazar e nei centri commerciali, alimentati dall'inflazione, dalla svalutazione del rial (la moneta iraniana) e dalle difficoltà nel soddisfare i bisogni primari. Alle chiusure dei negozi e agli scioperi si sono uniti studenti, lavoratori e residenti di città di medie dimensioni e suburbane, estendendo le proteste ben oltre Teheran. In diverse città, gli slogan si sono evoluti rapidamente: oltre alle critiche alla crisi economica, i manifestanti hanno iniziato a prendere di mira la Guida Suprema e la stessa Repubblica Islamica, segno che la fiducia politica è stata gravemente erosa.
Le libertà richieste dai manifestanti
Le richieste ora vanno oltre le semplici questioni di salari o prezzi: i manifestanti chiedono libertà di espressione, libertà di manifestare pacificamente, la fine della repressione e della censura sistematiche e un sistema giudiziario indipendente. Numerosi video e testimonianze contengono appelli a "porre fine alla Repubblica Islamica" e a istituire un sistema in cui i cittadini possano davvero scegliere i propri leader. Le proteste prendono di mira anche la discriminazione e la disuguaglianza: diverse regioni emarginate, così come minoranze etniche, denunciano la mancanza di pari diritti e la specifica repressione che affermano di subire.
Repressione, sorveglianza e rottura con la società
In risposta a questo movimento, le autorità hanno rafforzato la presenza delle forze di sicurezza, hanno fatto uso di gas lacrimogeni e, in alcuni casi, di munizioni vere, ed effettuato centinaia di arresti, secondo le organizzazioni per i diritti umani. Le autorità giudiziarie hanno ribadito che qualsiasi partecipazione a "raduni illegali" e qualsiasi invito a manifestare sarebbe stato "severamente punito", a dimostrazione della priorità data alla sicurezza rispetto alle libertà civili. Nel frattempo, le restrizioni all'accesso a Internet e la crescente sorveglianza dei social media dimostrano che il controllo delle informazioni è una preoccupazione centrale per il regime. Ciononostante, continuano a circolare immagini di marce, slogan antigovernativi e funerali trasformati in raduni, segno di una profonda disconnessione tra la leadership e la società.
Un movimento poliedrico, a metà strada tra repubblica e monarchia
Le proteste non sono omogenee: alcuni manifestanti chiedono una repubblica democratica laica o pluralista, mentre altri si spingono fino a chiedere il ritorno della monarchia, in particolare attorno alla figura di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià. Slogan a favore del suo ritorno sono stati uditi in diverse città, accanto a slogan ostili alla guida suprema e all'intera élite al potere. Questo dibattito sul futuro politico dimostra che il movimento non si limita a rifiutare la situazione attuale, ma sta anche avviando una battaglia di idee sul tipo di regime che potrebbe succedere alla Repubblica Islamica.
Manouchehr Bakhtiari, un volto della protesta
In questo contesto, come spiega RFI , personaggi di precedenti movimenti di protesta sono diventati simboli, tra cui Manouchehr Bakhtiari, padre di Pouya Bakhtiari, un giovane ingegnere scomparso durante le proteste del 2019. Condannato, denuncia la repressione e le pressioni sulla sua famiglia e invoca l'unità iraniana per ottenere un cambio di regime, sostenendo anche pubblicamente il ritorno della monarchia. La sua storia illustra il costo umano dell'impegno politico in Iran e incarna, per alcuni, la continuità tra le rivolte passate e le attuali mobilitazioni per la giustizia, la dignità e le libertà.
Analisi di media ed esperti convergono su un punto: se la crisi economica è stata la causa scatenante, il cuore del problema è ora una crisi di legittimità del regime. Tra le morti durante le manifestazioni, gli arresti di massa e il crescente divario tra le aspettative della popolazione e le risposte del governo, il movimento evidenzia una richiesta di profonda trasformazione politica, che vada oltre le semplici questioni di potere d'acquisto.
