In Italia, un pensionato che pensava di poter integrare il proprio reddito lavorando per un solo giorno come comparsa cinematografica ha visto i suoi piani pensionistici sconvolti. Pochi anni dopo aver lasciato il mondo del lavoro, ha ricevuto una richiesta di rimborso di decine di migliaia di euro per aver violato – senza rendersene pienamente conto – le rigidissime norme che regolano la cumulabilità tra lavoro e pensione.
Una giornata di riprese che costa molto
Dopo essere andato in pensione nell'estate del 2019 grazie a un piano di prepensionamento, l'uomo ha accettato un piccolo ruolo come comparsa in un film nel 2021. Per quel solo giorno di lavoro, ha ricevuto poco più di 78 euro lordi, una cifra modesta, senza immaginare che sarebbe stato considerato un ritorno al lavoro proibito per chi percepisce i benefici della prepensionamento.
La riforma italiana e la trappola del cumulo di lavoro e previdenza
A partire dalla riforma della cosiddetta "Quota 100", l'Italia ha vietato a chi ha optato per il pensionamento anticipato di svolgere qualsiasi attività lavorativa retribuita, anche temporanea. Una volta scoperta questa attività dichiarata, l'INPS ritiene che il pensionato abbia violato la normativa e pretende circa 24.000 euro, quasi un anno di pensione, con trattenute mensili di diverse centinaia di euro prelevate direttamente dalla pensione.
Una sanzione ritenuta totalmente sproporzionata
Il pensionato ammette di aver infranto la regola, ma ritiene che la sanzione sia sproporzionata: l'importo richiesto è quasi 300 volte lo stipendio percepito per una singola giornata di riprese. Il suo avvocato denuncia la misura come "inutilmente gravosa" per un reato commesso senza intento fraudolento e chiede che la sanzione venga ridotta a un livello ragionevole, senza compromettere l'intero anno di pensione.
Quattro anni di battaglie legali per vincere la causa
Ci vollero quattro anni di procedimento giudiziario prima che il caso giungesse a un esito più favorevole. All'inizio di dicembre 2025, la Corte dei Conti del Piemonte riconobbe finalmente la natura eccessiva della sanzione e ribadì che "le pene devono restare proporzionate all'illecito", anche nei casi di inosservanza delle norme sul cumulo tra lavoro e previdenza.
Un mese di pensione da rimborsare, invece di un anno
Il tribunale ha quindi deciso di ridurre l'importo dovuto: il pensionato non avrebbe più dovuto restituire l'equivalente di un anno intero di pensione, ma solo un mese, ovvero circa 2.000 euro. Sebbene la spesa rimanga elevata rispetto ai 78 euro guadagnati per la giornata di riprese, l'uomo evita comunque un'enorme e duratura riduzione del suo reddito, e il suo caso illustra i rischi spesso trascurati dei piani di pensionamento anticipato quando non si conoscono i limiti del rientro al lavoro.
Questo caso evidenzia la rigidità, a volte eccessiva, delle norme che regolano la conciliazione tra lavoro e pensione in Italia, in particolare per coloro che beneficiano di regimi di prepensionamento. Soprattutto, serve a ricordare che un'azione apparentemente innocua, compiuta senza intento fraudolento, può avere gravi conseguenze finanziarie quando la normativa non è ben compresa. Mentre la sentenza definitiva del tribunale ripristina un certo grado di proporzionalità, l'esperienza di questo pensionato sottolinea l'importanza di informare meglio i futuri pensionati e di applicare le sanzioni in modo più giudizioso.
